COME RIPORTARE L’AZIENDA A LUOGO DI SOCIALITÀ E AGGREGAZIONE?

Dopo averlo sperimentato in modo forzato durante l’emergenza, infatti, solo il 6% delle imprese dichiara di voler tornare alle condizioni preesistenti senza smart working.

Emerge dalla terza edizione della survey “Future of Work 2020” rivolta alle direzioni del personale delle grandi aziende italiane, realizzata da Osservatorio Imprese Lavoro Inaz e Business International.

Il 60% delle imprese indica nello smart working l’iniziativa più urgente su cui investire per quanto riguarda la gestione delle risorse umane e il 67% mette la digitalizzazione in cima alla lista delle priorità .

«In tutti i cambiamenti che hanno travolto le imprese quest’anno, si è confermata la centralità del fattore umano – fa notare Linda Gilli, presidente e AD di Inaz –.

La ricerca fotografa indubbiamente una situazione in divenire, in cui emergono tendenze a volte contraddittorie, ma una cosa è molto chiara: le esperienze fatte nel 2020 lasceranno una traccia profonda, su tutte il lavoro a distanza.

 

Per trasformare quest’ultimo in vero smart working occorre da un lato proseguire sulla strada della digitalizzazione, ma dall’altro non bisogna mai perdere di vista il ruolo dell’azienda come luogo di socialità e aggregazione». 

E come farlo nella pratica?

Una possibilità che sta diventando sempre più diffusa è quella di creare una “Community aziendale” (o come altro la si voglia chiamare) all’interno (e poi eventualmente all’esterno) delle propria organizzazione (azienda, associazione, studio professionale, società sportiva ….).

Cos’è una community aziendale?

Come suggerisce uno degli esperti italiani, Alessio Fattorini, iniziamo dai fondamentali. Scopriamo insieme quali sono le caratteristiche che la rendono tale e differenziano da un gruppo qualsiasi

Un gruppo di persone che hanno uno scopo comune, si aiutano l’un l’altro e percepiscono un senso di appartenenza.

Queste sono le caratteristiche principali, i fattori senza i quali non si può parlare di community.

Attenzione, non ne basta solo uno ma devono essere presenti tutti e tre:

  • scopo comune: un progetto, un’idea, una passione. Le persone devono costruire qualcosa insieme e muoversi nella medesima direzione. Un prodotto, uno sport, una visione del mondo, un gruppo di cucina, una tecnologia, una causa sociale. Serve una colla che li tenga insieme.
  • aiutarsi l’un l’altro: non esiste community senza relazione tra i partecipanti. Ci deve essere conoscenza e aiuto reciproco. Questo fa la netta differenza con il pubblico di una conferenza, canale youtube o qualsiasi altro social. Io vengo aiutato dagli altri e mi sento in dovere di farlo. Maggiori sono queste relazioni uno ad uno, più forte è la community
  • senso di appartenenza: è necessario che le persone si sentano parte di qualcosa di più grande, percepiscano una identità comune. Un logo, un nome. Come capire quando questo accade? Vi sono segnali chiari, scompaiono i voi e iniziano i noi. “La” community fa spazio a “la nostra” community. Viene coniato un nome per il gruppo. Le persone indossano con orgoglio le t-shirt con il logo del gruppo.

Per approfondimenti è a disposizione l’abstract del mio e-book “Il valore delle relazioni TRA clienti”

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